Recensione
Finto documentario a cavallo tra gli anni Venti e Trenta che
narra la bizzarra storia di Leonard Zelig (Allen), americano di origini ebree
che presenta un’ignota malattia, ovvero una trasformazione psicosomatica che lo
porta ad assumere sembianze e comportamenti dell’interlocutore. Una psichiatra
(Farrow) ne studia il caso per arrivare a una guarigione e presto se ne
innamora.
Allen veste una brillante commedia - con i soliti toni
dissacratori – da documentario del tutto verosimile. Vengono utilizzate
immagini di repertorio ritoccate per far “vivere” il personaggio in situazioni
realmente avvenute. La fotografia è impeccabile, così come gli espedienti
utilizzati per rendere veritiero il documentario – interviste, musiche,
materiale d’archivio, utilizzo di strumenti cinematografici dell’epoca.
È con la consueta irriverenza che Allen narra
metaforicamente la perdita di personalità dell’uomo nella società di massa, il
suo rapporto con la fede e la morale. Celebri le battute sulla psicanalisi (“Devo andare a un congresso sulla
masturbazione. Non vorrei che cominciassero prima di me”) e sull’ebraismo
(“Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo
al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato
della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l'ebraico. Lui chiede
600 dollari per darmi lezioni di ebraico”).
Nessun commento:
Posta un commento